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VALSTAR – Il giubbino che ha reso elegante lo stile sportivo

“GIUBBINO”

Si chiama così anche se gli intenditori aggiungono subito “Valstar”. È un capo d’abbigliamento anomalo, da appendere all’ingresso per prenderlo veloci, più che da guardaroba per vestirsi a puntino. Ma è anche uno degli oggetti che da più tempo – e praticamente identici, immutabili – restano ambitissimi dall’uomo elegante e sportivo.

Una giacca in pelle d’agnello scamosciata, “pieno fiore” come si usa dire, tagliata in vita, con cintura, collo e polsi in maglia, così da restare aderenti quando le raffiche di vento tirano forte, e due tasconi applicati (a volte, le tasche raddoppiano all’interno con la lampo). Il primo modello messo in vendita risale al 1935.

Ma l’azienda che lo creò era nata oltre vent’anni prima. Ora, si usa dire beffardamente di una cosa che è “l’invenzione dell’ombrello”, ma c’è un’altra invenzione più importante ancora.

Torniamo ai primi del Novecento, ai distinti signori coi loro soprabiti di sartoria, tutti fatti di fibre naturali, che quando pioveva si infradiciavano terribilmente e lasciavano zuppo anche il vestito sotto (beninteso, a meno di avere a portata di mano un provvidenziale, ma scomodo e ingombrante, ombrello).

La ricerca di un tessuto naturale (le fibre sintetiche erano di là da venire) che fosse a prova di acquazzoni impegnò assai le aziende tessili del tempo.

Ovviamente, a partire da quelle britanniche, viste le caratteristiche climatiche, e anche un certo primato nel campo della moda maschile.
Alla fine, un paio di ditte riuscirono a produrre una gabardine di cotone in grado di resistere all’acqua.

Originalità E TESSUTI PREGIATI

Era nato l’impermeabile e la moda prese piede presto in Europa e in America. Da noi fu proprio un marchio inglese – la English Fashion Waterproof, filiale della Mandleberg di Manchester – ad aprire la prima fabbrica di impermeabili, nel 1911, a Milano.
A dirigerla venne chiamato Sai Vita, cinese di nascita e milanese d’origine.
La definizione apparentemente incongrua introduce un personaggio affascinante. Vita, in effetti, era nato a Shanghai ma il cognome veniva da una milanesissima famiglia ebrea. A fine Ottocento, il padre di Sai si era invaghito di una ballerina: ripudiato dalla famiglia, era partito con lei per l’Estremo Oriente dove mise al mondo undici figli girando il Paese con una specie di carro di Tespi e organizzando spettacoli nelle città della Cina.
Sai, comunque, torna in Italia a studiare, è un cittadino del mondo, ha viaggiato molto e se la cava bene con diverse lingue. Nella ditta d’impermeabili impone subito una filosofia precisa: preferire lavorazioni originali e produrre coi tessuti più pregiati.
Nell’archivio della Valstar, oggi, sono conservati i raffinati figurini di quei primi anni: piccole scenette dove il distinto signore con l’immancabile trench passeggia tra la folla del centro, porta a spasso il cane, si dirige presumibilmente in ufficio vista la cartella che tiene sottobraccio oppure passa il tempo con amici naturalmente abbienti come lui, a giudicare dalle imponenti cabriolet posteggiate sullo sfondo.
Già prima del 1920 la compagnia britannica decide di sganciarsi e Vita rileva l’azienda. Da subito è attento alla pubblicità. Le prime campagne risalgono a quell’epoca e sono affidate a Lana, un raffinato illustratore. Più vicino a noi, intorno al periodo della guerra, ci si rivolge a Gino Boccasile, che stavolta trattiene un po’ la vena da “Signorina grandi forme” e disegna lui che accoglie lei, molto discreta e morigerata, mentre scende dalla scaletta di un aereo della Lai, l’antenata dell’Alitalia. Un’altra affiche dello stesso artista è probabilmente precedente, ancora più austera: il signore e la signora sono distinti ma ai minimi termini, paiono appena usciti dai tempi cupi della guerra.
Nel dopoguerra sarà Paolo Federico Garretto a curare la propaganda Valstar, inventando situazioni fantastiche a dimostrazione dell’eccellenza dei prodotti. L’impermeabile è vuoto e intorno minuscoli omini si affannano a stiracchiarlo come fosse una specie di Gulliver: «Controlli meticolosi subiscono gli impermeabili Valstar prima di lasciare la fabbrica», recita lo slogan. Oppure, il solito capo, in forma d’involucro senza corpo, si trova davanti a una corte d’assise: «Giudici inflessibili esaminano ogni impermeabile Valstar (Supergabardine 1409) prima di dichiararlo idoneo alla vendita», poi, a didascalia, «…E ne constatano la perfezione della misura, della qualità del tessuto, dell’impermeabilità e della resistenza della tinta».
L’idea del soprabito che vive di vita propria evidentemente funziona. Viene ripresa in altri bozzetti: coi professori di matematica che ne certificano l’eccellenza grazie a complesse equazioni, coi doganieri che esaminano scrupolosamente ogni idoneità. Addirittura coi grandi della terra impegnati in una specie di Yalta. Qui Roosevelt, Churchill, Stalin, De Gaulle, Mao Tse Tung e De Gasperi sono attorno a un tavolo dove troneggia l’impermeabile: «Su un solo punto siamo tutti d’accordo… un Valstar val sempre più di quello che costa».

SEMPRE MADE IN ITALY.

Ma, intanto, la Valstar ha creato il capo che la consacra alla storia dell’abbigliamento nazionale (e non solo). Il primo giubbetto esce dalla fabbrica che, all’epoca, si trova in via Plinio 38 (al massimo del fulgore, con oltre trecento operai, traslocherà in via Ampère, poi in via Amadeo e oggi la produzione è realizzata a Mantova). Pare ragionevole pensare che la matrice, la fonte d’ispirazione, sia di origini motoristiche: le giubbe in nappa per i piloti di aerei, automobili e moto. Di sicuro è una creazione tipicamente italiana: avrà grande successo anche all’estero ma i produttori resteranno sempre nazionali (Salfra, che oggi non esiste più, era un altro marchio famoso per i giubbini).
Il modello del 1935 è praticamente quello odierno. Assieme alla Valstar, ha superato qualche traversia aziendale quando, nel 1972, a Sai succede il figlio Max, e anche qualche passo azzardato, come l’apertura – forse troppo anticipata sui tempi – di negozi monomarca, come quello milanese in via Manzoni, che a lungo restò uno dei riferimenti per la buona borghesia cittadina. Spiega Stefano Massa, dal 2001 presidente della Valstar: «Forse, rispetto a oggi, il modello del 1935 aveva le maniche un po’ più ampie. Nel corso del tempo c’è stato qualche minimo aggiustamento delle forme per adeguarsi alle trasformazioni del corpo “medio” maschile e qualche variante impiegando altri materiali (lana, cashmere, lino e microfibra anche lavati e trattati), ma siamo rimasti fedeli a quella che fu una novità assoluta. Per il pellame – l’agnello pieno fiore, attenzione: il termine scamosciata si riferisce alla lavorazione, non all’origine della pelle – e per il modello, col collo e i polsi in maglia, l’impuntura davanti, i bottoni…».
Del resto, anche in pubblicità la Valstar preferisce i “tormentoni”, le strategie di lungo periodo, “a goccia cinese”, preferendo la persuasione lenta agli effetti clamorosi.  Così anche con il logo adottato nel 1978, quando l’azienda sponsorizza la Nazionale di calcio per i Mondiali in Argentina: un busto di omino stilizzato (che poi sarà adottato anche per la linea Valstarino) apparso a lungo in prima pagina, accanto alla testata, su alcuni dei maggiori quotidiani nazionali. Un’eccezione c’era stata, qualche anno prima, ma solo per via delle buone amicizie fra i Vita e gli ambienti hollywodiani: era stata quando Jane Fonda aveva indossato un riconoscibilissimo giubbino Valstar in “Non si uccidono così anche i cavalli”.